LetteraturaDella tirannide
Libri due di Vittorio Alfieri da Asti
"…Il motore di codesti libri fu l'impeto di gioventù, l'odio dell'oppressione, l'amor del vero, o di quello ch'io credeva tale… " scrisse Alfieri a proposito del trattato Della tirannide. Il testo, composto da un autore non ancora trentenne impegnato a riflettere sui grandi temi della libertà individuale e del ruolo del letterato in un mondo avvelenato dalla tirannide, nacque infatti sotto il segno della più accesa passione.
Per l'Alfieri tiranno è qualunque governo che può manovrare a proprio piacimento le leggi o anche raggirarle. Il Principe stesso è tiranno per l'Alfieri: una sua eventuale uccisione avrebbe però come unica conseguenza un incremento della durezza nel successivo sovrano.
Sarebbe quindi necessario che il popolo insorgesse con le armi per ottenere la libertà, ma ciò sarebbe auspicabile solo se il tiranno fosse tanto spietato da portare all'esasperazione l'intera popolazione, facendo nascere il desiderio di insorgere.
Insomma, il tiranno dev'essere lo stimolo per il popolo di ribellarsi: più il tiranno abusa del proprio potere, tanto più è probabile che i suoi sudditi insorgano e pongano fine a "quest'insensata forma di governo".
Il libro, assieme all’altro libro di Alfieri Del Principe, si colloca in un momento chiave dell'attività alfieriana e fu preceduto da anni di appassionate letture (da Plutarco agli illuministi francesi, fino agli ammiratissimi Discorsi di Machiavelli).




