LetteraturaOsservazioni sulla tortura
Se si pensa che ancora oggi si discute della razionalità e della imparzialità dei sistemi giudiziari, il saggio di Verri rivela una straordinaria attualità. E fa molto riflettere lo stile sereno dell’autore che non si lascia mai andare ad alcuna invettiva verso la magistratura, di cui vuole solo rafforzarne il senso di umanità.
Alla base delle Osservazioni di Verri contro la tortura sono i verbali del processo della Colonna infame, che portò alla condanna, dopo il supplizio della tortura, il barbiere Gian Giacomo Mora e l’ufficiale sanitario, Guglielmo Piazza, accusati di aver propagato la peste mediante unzioni venefiche per le strade di Milano.
Il saggio venne scritto tra il 1770 e il 1777, ma pubblicato solo nel 1804 - postumo e per volontà del suo autore - per sostenere una battaglia di grande civiltà: l’abolizione della tortura. Il lavoro del Verri ha come tema un episodio di cronaca sul quale si era già soffermato Cesare Beccaria con Dei delitti e delle pene e successivamente - addirittura in due differenti versioni - Alessando Manzoni con la sua famosa Storia della colonna infame.
La tesi centrale del saggio, espressione della profetica scuola giuridica dell’illuminismo milanese, è che il ricorso ai tormenti, tanto quelli fisici, quanto quelli morali, non solo è ingiusto e disumano, bensì anche inutile. La lettura degli atti processuali, infatti, porta alla luce l’incredibile vortice di accuse reciproche, pentimenti e delazioni, anche oltre la più sfrenata immaginazione, al solo scopo di allontanare il terrore del supplizio e nella speranza di salvare se stessi accusando altri.
Il merito di Pietro Verri è di aver posto con lungimiranza l’accento sulla differenza tra “delitto certo” e “delitto probabile”, portando un’accusa irrevocabile a termini privi di qualsiasi fondamento giuridico come “sospetto”, “indizio”, “semi-prova” o “quasi-prova”.
Ancora oggi, di fronte a tanti Stati che ammettono ancora la pena di morte, appassiona l’accorato appello finale di Verri contro la tortura, «che non è un mezzo per aver la verità, né per tale la considerano le leggi; che è intrinsecamente ingiusta; che le nazioni conosciute dell’antichità non la praticarono; che i più venerabili scrittori la detestarono; che si è introdotta illegalmente nei secoli della passata barbarie e che finalmente oggigiorno le nazioni l’hanno abolita e la vanno abolendo senza inconveniente alcuno.»




