Italo Svevo
Italo Svevo, pseudonimo di Ettore Schmitz, nasce a Trieste il 19 dicembre 1861, in una famiglia ebraica, da Francesco Schmitz, un agiato commerciante proprietario di una vetreria e da Allegra Moravia.
Nel settembre 1880 venne assunto presso la filiale triestina della Unionbank di Vienna con le mansioni di addetto alla corrispondenza francese e tedesca. Il lavoro impiegatizio comunque non gli impedì di coltivare la sua passione per la letteratura né gli ostacolò la collaborazione col giornale triestino L'Indipendente.
Sempre più fermo e deciso nel voler approdare alla carriera di scrittore, dopo il lavoro, nel silenzio della biblioteca civica di Trieste, Ettore dedicò molte ore alla lettura dei classici italiani: Boccaccio, Guicciardini e Machiavelli, e di altri autori contemporanei. Approfondì la conoscenza delle opere di Tolstoj. Lesse gli autori francesi Flaubert, Daudet, Zola, Balzac e Stendhal.
Iniziò a scrivere alcune commedie: Ariosto governatore, Il primo amore, Le roi est mort: vive le Roi, I due poeti e alcune novelle: Difetto moderno, La storia dei miei lavori, La gente superiore, finché riuscì a far pubblicare su L'Indipendente, con lo pseudonimo di Ettore Samigli, due racconti: Una lotta (1888) e L'assassinio di Via Belpoggio (1890).
Due anni dopo, e questa volta con lo pseudonimo di Italo Svevo (pseudonimo che scelse per sottolineare la sua doppia appartenenza alla cultura italiana e a quella tedesca), pubblicò a sue spese, il suo primo romanzo Una vita (1892), che però venne quasi ignorato dalla critica.
Dopo il matrimonio, nel 1896, Italo Svevo continuava a dividersi fra tre lavori: l'impiego alla banca, l'insegnamento della lingua francese e tedesca all'Istituto "P. Revoltella", il lavoro notturno al giornale Il Piccolo, dove era incaricato dello spoglio della stampa estera. Seppe tuttavia, dalle numerose ore di lavoro, ricavare il tempo necessario per dedicarsi alla scrittura del suo secondo romanzo, Senilità (1898), pubblicato ancora presso l'editore Vram, a sue spese. Ma la critica, che gli rimproverava un uso troppo scarno della lingua italiana, restò ancora una volta in silenzio. Questo secondo insuccesso di critica e di pubblico, scosse profondamente lo scrittore che decise di abbandonare la scrittura per immergersi nuovamente nella lettura di altri grandi autori: Ibsen, Cechov e Dostoevskij.
Cambiò ancora lavoro, ma la sua passione per la scrittura non rimase a lungo inespressa. Due anni dopo pubblicò una sua prima commedia di grande impegno Un marito (1903).
Nel 1905 il crescente sviluppo delle attività aziendali posero Italo Svevo nella necessità di perfezionarsi nella lingua inglese, pertanto si rivolse a James Joyce, scrittore irlandese giunto a Trieste qualche anno prima per insegnare l'inglese.
L'amicizia fra i due fu immediata. Entrambi interessati alla letteratura si scambiarono gli scritti. Joyce, dopo la lettura dei due romanzi di Svevo, espresse all'amico parole di consenso e d'incoraggiamento, che fecero riemergere nello scrittore gli stimoli e la convinzione per poter riprendere il lavoro. Lo scoppio della prima guerra mondiale separò i due amici. Joyce lasciò l'Italia, mentre Svevo restò a Trieste per salvaguardare il patrimonio aziendale.
Terminata la guerra volle ristabilire i contatti con il pubblico, collaborando al primo grande giornale triestino, La Nazione. Contemporaneamente portò a compimento il suo terzo romanzo, La coscienza di Zeno (1923), pubblicata dalla casa editrice Cappelli, ancora una volta a sue spese, ancora una volta sottovalutato dalla critica italiana.
Il successo di questo terzo romanzo lo si deve all'amico James Joyce, il quale, ricevuto il libro e dopo averlo letto, ne rimase entusiasta, e volle che Svevo ne inviasse alcune copie ai critici e letterati francesi V. Larbaud e B. Crémieux, i quali espressero un assoluto apprezzamento e ne decretarono lo straordinario successo in campo europeo.
In Italia fu Eugenio Montale a scrivere nel dicembre 1925 il saggio critico Omaggio a Svevo, sulle tre opere ricevute dall'autore stesso, ponendolo sul piano più alto della letteratura contemporanea.
Nel 1928 iniziò a scrivere quello che doveva diventare il suo quarto romanzo Il vecchione, rimasto purtroppo interrotto dalla morte.
Italo Svevo morì il 13 settembre 1928 a Motta di Livenza, per un incidente automobilistico accaduto due giorni prima.
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